I buchi neri della Leadership

Il punto in cui siamo, come ecosistema, è strettamente connesso alla qualità delle micro e macro-leadership globali.
Prendendone atto, coloro che hanno ruoli di guida e responsabilità strategica, iniziano a porsi importanti e nuove domande.
Per esempio, cosa si sta sottovalutando nell’attuale paradigma della Leadership?


Pretendere di articolare una risposta esaustiva a questa domanda sarebbe velleitario. Ma condividere un punto di vista, anche parziale, può avere senso.
Il mio punto di vista ruota intorno all’idea che vi siano alcune meta – competenze che la Leadership ha ampiamente sottovalutato.
Provo a metterne in evidenze alcune, quelle che sembrano essere più urgenti e fondamentali.

Punti ciechi

Sono vere e proprie zone cieche che rendono parziale la visione di ognuno di noi sulla realtà e quindi costituiscono aree di rischio rilevanti, in ogni ruolo.
Sono filtri, schemi, abitudini di pensiero, idee e convinzioni profonde che si sono radicate in noi nell’arco della nostra vita, grazie alla specificità delle esperienze vissute.
Questi schemi potenti, a volte diventano rigide certezze e si auto-rafforzano nel tempo, cercando prove e contro-prove della loro validità.
Molto spesso sono schemi penalizzanti, cecità parziali che possono boicottarci e frenare il nostro percorso di sviluppo. Varrebbe la pena tenerne conto!
Le Leadership, invece, hanno sottovalutato pesantemente questa meta-competenza e il risultato è che molti decision maker che muovono leve rilevanti convivono inconsapevolmente con i propri blind spots, privandosi di una parte importante di visione sulla realtà, con tutto ciò che ne consegue.

Connessione

La prospettiva sulla realtà sembra ulteriormente limitata da quella che Kahane e Sharmer hanno definito una disconnessione dell’essere umano su tre livelli: disconnessione da sé, dagli altri e dal mondo in cui viviamo, a partire dai contesti sociali per arrivare al contesto chiave: l’Ambiente, la cornice planetaria che ci ospita, ci dà ossigeno, acqua e materie prime.
La disconnessione su questi piani produce nei Leader incongruenze, difficoltà a leggere questioni complesse, a prendere decisioni, a comunicare in modo autentico e farsi fonte di ispirazione per le Persone.
Questo stato di disconnessione conduce ad una mancanza di senso e, quando manca senso, il malessere si diffonde sottotraccia e porta alla dispersione delle migliori energie umane, alla mancanza di partecipazione e al disengagement.

Cuore e dialogo

Essere connessi con tutte le sfere della nostra umanità non è dunque un punto forte dell’homo sapiens che ha lasciato prevalere una sola sfera sulle altre: quella della mente razionale.
Sul predominio di questa sfera si è costruita la cultura manageriale, command & control based, un paradigma che oggi si rivela un approccio sbilanciato e penalizzante verso le risorse legate alla sfera emozionale.
L’appello a riequilibrare questo sbilanciamento arrivava già qualche decennio fa da menti eccellenti (Goleman, Boyatzis, Hamel…). I moniti erano chiari: entriamo in contatto con le nostre emozioni, impariamo a leggerle perché i processi decisionali coinvolgono anche leve non razionali. Umanizziamo il management, nei modi, nelle premesse, nelle finalità e nei significati.
Su questi temi la Leadership fa tuttora molta fatica e continua a sottovalutare un passaggio evolutivo importante: integrare le competenze del cuore con quelle della mente razionale.
Questo non vorrebbe dire entrare in un campo di vaghezza spiritualeggiante.
Al contrario, vorrebbe dire concreto lavoro, finalmente profondo e duraturo, a favore di alcune dimensioni strategiche per le comunità di business: quelle dimensioni che favoriscono la qualità della relazione, del dialogo, del comunicare a nuovi livelli tra essere umano ed essere umano, investendo più cura, più amore e rispetto del linguaggio, dell’alterità e delle diverse posizioni.
Dimensioni che hanno un’ inestimabile ricaduta sulla possibilità di vincere le sfide difficili, quelle in salita che si risolvono insieme e che, da soli o in pochi, resterebbero irrimediabilmente perse.

Gli uomini “comunicano” non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione.
Papa Francesco, Corriere della Sera, 24 Maggio 2020

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